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martedì 24 novembre 2015

Rischio povertà per tanti italiani, soprattutto in Sicilia

Il Giornale di Sicilia del 24 novembre 2015 pubblica questo articolo (clicca sull'immagine per ingrandirla) sui risultati di un'indagine che fotografa la situazione economica degli italiani. Si conferma la situazione difficile nella regione siciliana.

venerdì 5 dicembre 2014

Pubblicato il 48mo Rapporto Censis sulla situazione sociale del paese

Tante famiglie spaventate dalla povertà, "virus che può colpire chiunque". La percezione di vulnerabilità porta il 60% degli italiani a ritenere che a chiunque possa capitare di finire nell'indigenza. Dissipato un capitale umano di 15 milioni di persone. Immigrati sempre più vitali. Si ampliano le disuguaglianze.
Questo in sintesi quanto emerso dal 48mo Rapporto Censis che nel dettaglio passa in rassegna i grandi settori della vita italiana.
In particolare, l'istituto parla di "attendismo cinico delle famiglie liquide". Dopo la paura della crisi, spiega il Rapporto, "è un approccio attendista alla vita che si va imponendo tra gli italiani. Si fa strada la convinzione che il picco negativo della crisi sia alle spalle: lo pensa il 47% degli italiani, il 12% in più rispetto all'anno scorso. Ma ora è l'incertezza a prevalere. Di conseguenza, la gestione dei soldi da parte delle famiglie è fatta di breve e brevissimo periodo. Tra il 2007 e il 2013 tutte le voci delle attività finanziarie delle famiglie sono diminuite, tranne i contanti e i depositi bancari, aumentati in termini reali del 4,9%, arrivando a costituire il 30,9% del totale (erano il 27,3% nel 2007). A giugno 2014 questa massa finanziaria liquida è cresciuta ancora, fino a 1.219 miliardi di euro. Prevale un cash di tutela, con il 45% delle famiglie che destina il proprio risparmio alla copertura da possibili imprevisti, come la perdita del lavoro o la malattia, e il 36% che lo finalizza alla voglia di sentirsi con le spalle coperte".
Il capitale umano perduto. Secondo il Censis, in Italia c'è un capitale umano di 15 milioni di persone la cui energia e competenza è dissipata. Si tratta di quasi 8 milioni senza lavoro, tra disoccupati, inattivi e pronti a lavorare anche se non cercano un impiego. A questi si aggiungono altri 7,7 milioni di persone tra part-time, cassa integrati e di sottoinquadrati, che cioè svolgono un ruolo inferiore rispetto alle proprie competenze. "Agli oltre 3 milioni di disoccupati - spiega il Rapporto - si sommano quasi 1,8 milioni di inattivi perchè scoraggiati. E ci sono 3 milioni di persone che, pur non cercando attivamente un impiego, sarebbero disponibili a lavorare".
Imprenditori immigrati sempre più vitali. Secondo il Censis, nei sette anni della crisi le imprese con titolare extracomunitario sono aumentate del 31,4%, mentre quelle gestite da italiani sono diminuite del 10%. Sono due i settori in cui gli stranieri stanno esercitando maggiormente la loro capacità di fare mixitè di prossimità tra la propria cultura e la nostra: il commercio e l'artigianato.
L'Italia delle diseguaglianze sociali. Negli anni della crisi le disuguaglianze sociali si sono ampliate, il ceto medio si è indebolito, le opportunità di integrazione sono diminuite. Spicca, tra le altre cose, "lo slittamento verso il basso delle grandi città del Sud. Il tasso di occupazione dei 25-34enni oscilla tra il 34,2% di Napoli e il 79,3% di Bologna, la quota di persone con titolo di studio universitario passa dall'11,1% di Catania al 20,9% di Milano. A Bari solo 2,8 bambini di 0-2 anni ogni 100 sono presi in carico dai servizi comunali per l'infanzia contro i 36,7 di Bologna. (fonte Redattore Sociale e Agenzia DIRE)

martedì 2 dicembre 2014

Ecco il volontariato che fa bene all'Italia

Il 2 dicembre presentata a Roma l’indagine Istat, CSVnet e Fondazione Volontariato e Partecipazione.
Sono 6,63 milioni gli italiani che dedicano tempo agli altri. 4,14 milioni si impegnano in organizzazioni o in gruppi mentre 3 milioni sono i volontari non organizzati; dal punto di vista geografico il lavoro volontario è più diffuso al nord, soprattutto nel nordest.
L'indagine, che fornisce la fotografia del volontariato italiano, è stata realizzata da Istat, CSVnet – Coordinamento Nazionale dei Centri di Servizio per il Volontariato - eFondazione Volontariato e Partecipazione ed è stata presentata oggi a Roma, presso l'aula magna dell'Istat, alla presenza del presidente dell’Istat, Giorgio Alleva e del Sottosegretario al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Luigi Bobba.
Dall'indagine, armonizzata agli standard internazionali contenuti nel Manuale sulla misurazione del lavoro volontario pubblicato dall'OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro), emerge una forte relazione fra volontariato, istruzione e situazione economica. Gli studenti sono i più impegnati nel volontariato (9,5%) mentre i volontari occupati si attestano al 9,1%. I dati dimostrano anche come il titolo di studio più diffuso fra chi fa volontariato sia la laurea (13,6%).
I volontari hanno molta più fiducia negli altri: sul totale della popolazione ben il 35,6% di chi fa volontariato organizzato ha fiducia della maggior parte delle persone rispetto al 20.9% dei cittadini comuni.
Nei volontari è maggiore anche il senso di fiducia verso le istituzioni: 24,46% contro 20,8% del totale. I volontari infine sono più soddisfatti della loro vita: 46,8% rispetto al 35%. Stesso trend si registra anche nell'ottimismo verso il futuro: i volontari ottimisti sono il 30,3% rispetto al 24% della popolazione totale.
L'indagine ha analizzato anche le motivazioni di chi fa volontariato. Il 49,7% è spinto dall'impegno a far fronte ai bisogni non soddisfatti e opera a favore della comunità e dell'ambiente. Un volontario su tre, soprattutto fra i giovani e anziani, decide di fare volontariato per socializzare, incontrare amici o stringere e conservare rapporti. Il 25,8% è spinto da motivazioni religiose, mentre un 17,7% per "valere" cioè per mettersi alla prova, valorizzare capacità ed essere più spendibili nel mondo del lavoro. Per quanto riguarda le ricadute del volontariato nella vita personale, i dati illustrati le distinguono in tre tipologie: quella relazionale, quella civica e quella legata alla dimensione del benessere. Il 51,6% di chi fa volontariato ha allargato la rete dei rapporti sociali, il 51,3% ha sviluppato una coscienza civica e politica e il 49,6% si sente meglio con se stesso.
"Vogliamo -afferma il presidente della Fondazione Volontariato e Partecipazione Alessandro Bianchini- che gli elementi di conoscenza e le chiavi di lettura che emergono da questa indagine servano a far comprendere più a fondo il fenomeno volontario e riescano ad aiutarlo a vincere le tante sfide poste dai tempi che viviamo".
“Così come il volontariato non deve avere timori di misurarsi utilizzando parametri scientifici accreditati, così le istituzioni non devono temere di promuoverlo e sostenerlo secondo il principio della sussidiarietà” - ha commentato Stefano Tabò, presidente di CSVnet. “Questa convinzione deve condizionare la Riforma del Terzo Settore, a ragione dei benefici - diretti e non - generati dall’azione volontaria che la ricerca ci ha confermato nell’incremento della coesione sociale e della fiducia che fanno delle organizzazioni di volontariato un antidoto all’apatia civica e politica”.
L’incontro di presentazione ha visto gli interventi di: Saverio Gazzelloni, Direttore centrale delle statistiche socio-demografiche e ambientale - Istat; Ksenija Fonovic CSV Spes/CSVnet; Tania Cappadozzi Direzione centrale delle statistiche socio-demografiche e ambientale - Istat; Riccardo Guidi, Fondazione Volontariato e Partecipazione;Marco Musella, Università Federico II di Napoli (fonte ufficio stampa CSVnet).

venerdì 31 ottobre 2014

Promesso mezzo miliardo contro la povertà, ma più della metà dei soldi manca all'appello

L'Agenzia di stampa Redattore Sociale ha verificato la situazione degli interventi previsto dal Governo contro la povertà in Italia e sono venute fuori delle cattive sorprese. Qui sotto il lancio del 31 ottobre 2015 di Redattore Sociale.

Prenderà il via da gennaio 2015 l’allargamento a tutto il Sud Italia della sperimentazione del Sia, il Sostegno per l’inclusione attiva (già nuova social card), che seguirà a ruota l’introduzione del nuovo Isee. Dopo l’introduzione del finanziamento di 250 milioni di euro per il fondo carta acquisti previsto in legge di stabilità, dal ministero del Lavoro e delle Politiche sociali arriva un quadro chiaro e dettagliato degli strumenti e delle risorse messe in campo contro la povertà assoluta. A fare il punto con Redattore sociale, Raffaele Tangorra, direttore generale per l’Inclusione presso il ministero del Welfare. “Per l’allargamento stiamo lavorando su gennaio 2015 – spiega Tangorra -. Tuttavia, non dipende solo da noi. Il decreto è pronto, si tratta di fare le ultime verifiche col ministero dell’Economia e delle Finanze e sentire le regioni interessate. Se questi passaggi saranno rapidi si partirà a gennaio. Se qualcosa si inceppa, l’allargamento potrà subire rallentamenti”.

I fondi previsti in legge di stabilità per la "vecchia" social card
Il primo chiarimento riguarda proprio i 250 milioni previsti nel ddl di stabilità 2015, così come proposto dal governo. Nel testo, infatti, si legge che il “fondo di cui all’art. 81, comma 29, del decreto legge 25 giugno 2008, n. 112 convertito con modificazioni dalla legge 6 agosto 2008, n. 113 è incrementato di 250 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2015”. Si tratta della ‘vecchia’ social card, quella ordinaria, che come lo scorso anno ha ricevuto 250 milioni. Se necessarie, però, queste risorse potranno essere utilizzate anche per la sperimentazione. “La dotazione in legge di stabilità è sufficiente a garantire la carta ordinaria ai beneficiari correnti – spiega Tangorra –. Non ci sono risorse aggiuntive che possono essere utilizzate per la sperimentazione se si decide di mantenere la stessa platea di beneficiari attuale per l’ordinaria. Tuttavia, resta fermo quello che è stato scritto lo scorso anno in legge di stabilità, cioè che le risorse che affluiscono al fondo carta acquisti possono eventualmente essere indirizzate alla sperimentazione del Sia con decreto, ma è necessaria una scelta politica”.

Le risorse complessive contro la povertà per il 2015
Nonostante il ddl stabilità preveda solo 250 milioni, per il 2015 la lotta alla povertà assoluta potrà contare su oltre 500 milioni di euro. Ai 250 milioni di euro stanziati per il prossimo anno per la carta acquisti ordinaria, infatti, bisogna aggiungere i 40 milioni previsti dalla legge di stabilità 2014 per l’estensione al Centro Nord della sperimentazione della nuova carta acquisti, attualmente inutilizzati, e gli ulteriori 40 milioni previsti per il 2015. Con la legge di stabilità 2014, infatti, sono stati stanziati 40 milioni annui per tre anni (quindi 120) per allargare a tutto il Centro Nord la nuova social card. A questi ulteriori 80 milioni vanno ad aggiungersi i 167 milioni di euro previsti per l’allargamento a tutto il Sud Italia. Infine, ci sono gli oltre 11 milioni di euro per la sperimentazione a Roma che dalle ultime notizie in possesso dal ministero partirà proprio nel 2015. Il totale di queste risorse supera i 500 milioni di euro per il solo 2015.

Il giallo dei 300 milioni annunciati dal governo Letta
Nella storia degli strumenti contro la povertà assoluta adottati in Italia, quella della social card probabilmente non ha pari per complessità, ritocchi, rinvii, lungaggini e cifre ballerine. Come il caso dei 300 milioni aggiuntivi annunciati nel 2013 dall’allora ministro per la Coesione territoriale, Carlo Trigilia. In una informativa del 27 dicembre 2013 (pagina 5), infatti, si parlava di 300 milioni a sostegno del Sia (con l’allora ministro del Welfare, Enrico Giovannini) provenienti dal Piano di azione e coesione. Dopo la caduta del governo Letta, però, di quel documento non se ne seppe più nulla. Quei fondi, spiega Tangorra, “furono solo annunciati. Per potersi concretizzare necessitavano di atti di riprogrammazione delle risorse. Non c’erano atti, solo intenzioni”. Risorse da dimenticare, secondo Tangorra. Un capitolo chiuso definitivamente.

Il 2015, anno cruciale per il Sia
Se quest’anno è stato quello che ha visto finalmente entrare nel vivo la sperimentazione della nuova social card, il prossimo sarà quello decisivo per l’unica misura presente in Italia contro la povertà assoluta. Le difficoltà incontrate nell’implementazione del Sia nelle 12 città con più di 250 mila abitanti, infatti, non sono state inutili. Lo dimostra l’intenzione di superare la logica del bando, che nei comuni interessati ha determinato il parziale insuccesso dello strumento. Da gennaio 2015, quindi, oltre al nuovo Isee, per accedere al Sia non occorrerà partecipare a bandi, ma basterà recarsi agli sportelli dei comuni per presentare domanda. Si deciderà caso per caso sulla base dei requisiti in possesso e sulle risorse disponibili. A preoccupare il ministero, però, non è più l’affluenza ai bandi. “Il problema vero è lo stato dei servizi – spiega Tangorra -. Una misura di questo tipo ha successo solo se il condizionamento non è punitivo, ma proattivo, recuperando le capacità per poter stare sul mercato del lavoro, agendo su tutta la famiglia, sulla frequenza scolastica, gli stili di vita, la salute”. Il progetto del ministero del Lavoro, però, al Sud non è semplice da realizzare. “La prospettiva è rivoluzionaria per lo stato dei servizi – aggiunge Tangorra -. Fortunatamente per gennaio 2015 dovremmo avere le risorse del Pon inclusione, volto a promuovere proprio tutti i servizi di attivazione connessi al Sia sui territori. Se riusciamo a partire con delle linee guida, a supportare i territori nella progettazione e a finanziare subito i progetti di presa in carico, credo che per il Mezzogiorno ci troveremo di fronte a tante prime volte, ma magari potrà essere la leva che produrrà il cambiamento”.(ga) (fonte e copyright Redattore Sociale)

sabato 3 maggio 2014

Diseguaglianze sociali in Italia, la fotografia del Censis

Il 3 maggio 2014 il Censis ha pubblicato i risultati di una sua ricerca sulla distribuzione della ricchezza in Italia. Qui sotto riportiamo il comunicato stampa dell'istituto.

Crescono le diseguaglianze sociali: il vero male che corrode l’Italia
I 10 uomini più ricchi del Paese hanno un patrimonio pari a quello di 500mila famiglie operaie messe insieme. E il bonus di 80 euro? 3,1 miliardi destinati ai consumi se sarà permanente

 Roma, 3 maggio 2014 - Patrimoni sempre più squilibrati. I 10 uomini più ricchi d'Italia dispongono di un patrimonio di circa 75 miliardi di euro, pari a quello di quasi 500mila famiglie operaie messe insieme. Poco meno di 2mila italiani ricchissimi, membri del club mondiale degli ultraricchi, dispongono di un patrimonio complessivo superiore a 169 miliardi di euro (senza contare il valore degli immobili): cioè lo 0,003% della popolazione italiana possiede una ricchezza pari a quella del 4,5% della popolazione totale. Ecco plasticamente rappresentate le disuguaglianze di oggi in Italia. Le distanze nella ricchezza sono cresciute nel tempo. Oggi, in piena crisi, il patrimonio di un dirigente è pari a 5,6 volte quello di un operaio, mentre era pari a circa 3 volte vent'anni fa. Il patrimonio di un libero professionista è pari a 4,5 volte quello di un operaio (4 volte vent'anni fa). Quello di un imprenditore è pari a oltre 3 volte quello di un operaio (2,9 volte vent'anni fa).
Le diseguaglianze dei redditi: chi più aveva, più ha avuto. I redditi familiari hanno avuto negli ultimi anni una dinamica molto differenziata tra le diverse categorie sociali. Rispetto a dodici anni fa, i redditi familiari annui degli operai sono diminuiti, in termini reali, del 17,9%, quelli degli impiegati del 12%, quelli degli imprenditori del 3,7%, mentre i redditi dei dirigenti sono aumentati dell'1,5%. L'1% dei «top earner» (circa 414mila contribuenti italiani) si è diviso nel 2012 un reddito netto annuo di oltre 42 miliardi di euro, con redditi netti individuali che volano mediamente sopra i 102mila euro, mentre il valore medio dei redditi netti dichiarati dai contribuenti italiani non raggiunge i 15mila euro. E la quota di reddito finita ai «top earner» è rimasta sostanzialmente stabile anche nella fase crisi.
L'austerity non è per tutti. Negli anni della crisi (tra il 2006 e il 2012), i consumi familiari annui degli operai si sono ridotti, in termini reali, del 10,5%, quelli degli imprenditori del 5,9%, quelli degli impiegati del 4,5%, mentre i consumi dei dirigenti hanno registrato solo un -2,4%. Distanze già ampie che si allargano, dunque, compattezza sociale che si sfarina, e alla corsa verso il ceto medio tipica degli anni '80 e '90 si è sostituita oggi una fuga in direzioni opposte, con tanti che vanno giù e solo pochi che riescono a salire. In questa situazione è alto il rischio di un ritorno al conflitto sociale, piuttosto che alla cultura dello sviluppo come presupposto per un maggiore benessere.
Se potessi avere 80 euro al mese. Come impiegheranno il bonus Irpef di 80 euro al mese i 10 milioni di italiani che ne beneficeranno per i prossimi otto mesi, da maggio a dicembre? I comportamenti saranno molto diversi se l'introduzione del bonus sarà strutturale o se invece non avrà continuità nel tempo. Nel caso in cui gli 80 euro costituiranno un incremento una tantum del reddito, il Censis stima che 2,7 miliardi di euro (dei 6,7 miliardi totali previsti dal decreto del governo) andranno ad alimentare la domanda interna. Per la precisione, 2,2 milioni di beneficiari del provvedimento impiegheranno tutti gli 80 euro mensili in consumi, per una spesa pari a 1,5 miliardi di euro negli otto mesi. Altri 2,7 milioni di beneficiari li spenderanno solo in parte per consumi, per un valore di 1,2 miliardi di euro (e destineranno 700 milioni di euro ad altro). Invece, 5 milioni di beneficiari useranno il bonus esclusivamente per impieghi diversi dai consumi (risparmieranno, pagheranno debiti, ecc.), per un ammontare di 3,3 miliardi di euro. Nel caso in cui il bonus di 80 euro costituirà una modifica fiscale permanente, e quindi comporterà un incremento stabile e sicuro dei redditi dei beneficiari, il Censis stima che l'incremento della spesa per consumi nei prossimi otto mesi sarà superiore a 3,1 miliardi di euro, cioè circa il 15% in più rispetto al caso in cui il bonus non venga rinnovato nel prossimo anno. In questo caso sarebbero circa un milione in più le persone che destinerebbero tutti o in parte gli 80 euro ai consumi.
Le tante facce della diseguaglianza. Le iniquità sociali non riguardano solo patrimoni e redditi. Ci sono eventi della vita che sempre più generano diversità che diventano distanze sociali. Avere o non avere figli: ecco una causa di diseguaglianza. La nascita del primo figlio fa aumentare di poco, rispetto alle coppie senza figli, il rischio di finire in povertà. Nel primo caso il rischio riguarda l'11,6%, nel secondo caso riguarda il 13,1%. Ma la nascita del secondo figlio fa quasi raddoppiare il rischio di finire in povertà (20,6%) e la nascita del terzo figlio triplica questo rischio (32,3%). Inoltre, avere figli raddoppia il rischio di finire indebitati per mutuo, affitti, bollette o altro rispetto alle coppie senza figli: il rischio riguarda il 15,7% nel primo caso, il 6,2% nel secondo caso. Anche ritrovarsi a fare da solo/a il genitore aumenta di un terzo, rispetto alle coppie con figli, il rischio di finire in povertà e/o indebitati: 26,2% nel primo caso, 19,3% nel secondo.
Dimmi dove vivi e ti dirò quanta diseguaglianza c'è. Il rischio di finire in povertà è, per i residenti nel Sud (33,3%), triplo rispetto a quelli del Nord (10,7%) e doppio rispetto a quelli del Centro (15,5%). Nel Sud (18%) i residenti hanno anche un rischio quasi doppio di finire indebitati rispetto al Nord (10,4%) e di 5 punti percentuali più alto rispetto a quelli del Centro (13%) (fonte censis.it).

venerdì 12 luglio 2013

Istat: in Italia Terzo settore in crescita

L'Istat ha presentato il suo rapporto sullo stato di salute dei settori economici del nostro Paese. I dati raccolti riguardano anche il Terzo settore. Ecco come l'agenzia stampa Redattore Sociale sintetizza ciò che è emerso dai censimenti dell'Istat.
«Cresce il Terzo settore in Italia: al 31 dicembre 2011 le organizzazioni non profit attive sul territorio nazionale sono 301.191 con un incremento del 28 per cento rispetto al 2001, anno dell'ultima rilevazione censuaria del settore. Lo dice il 9° Censimento dell'industria, i servizi e del non profit dell'Istat, i cui risultati sono stati presentati oggi (11 luglio 2013) a Roma. Il rapporto sottolinea che il settore è tra i più dinamici anche in termini di dipendenti, con un 39 per cento in più in dieci anni di occupati. In generale la crescita del non profit riguarda tutte le regioni italiane, con punte sopra la media nazionale al Centro e nel Nord- ovest (rispettivamente 32,8 e 32, 4 per cento in più rispetto al 2001). Rilevante anche l'apporto di risorse umane impegnate nel settore. Le istituzioni non profit contano infatti sul contributo lavorativo di 4,7 milioni di volontari, 681mila dipendenti, 271mila lavoratori esterni e cinquemila lavoratori temporanei. Quattro istituzioni su cinque usufruiscono del lavoro volontario, mentre il 13, 9 per cento delle organizzazioni rilevate opera con personale dipendente e l'11, 9 per cento si avvale di lavoratori esterni (lavoratori con contratti di collaborazione). Nel tessuto produttivo italiano, sottolinea il Censimento, il non profit occupa una posizione significativa: il 6,4 per cento delle unità economiche attive. Il settore della cultura e dello sport assorbe il 65 per cento del totale delle istituzioni non profit, seguito dai settori dell'assistenza sociale (con 25 mila istituzioni), delle relazioni sindacali e di rappresentanza (16 mila realtà), dell'istruzione e ricerca (15 mila istituzioni). Il peso della componente non profit nell'assistenza sociale è significativo anche in termini di occupazione con 544 addetti ogni 100 imprese. Quasi la metà dei dipendenti impiegati nelle istituzioni non profit (46, 9 per cento) è concentrata in Lombardia, Lazio ed Emilia Romagna». (ec) (fonte Redattore sociale 11lug13)

martedì 12 marzo 2013

Rapporto Istat. In crescita il volontariato, ma non al Sud. Regge la famiglia

Dall'Agenzia Redattore Sociale proponiamo il seguente articolo sui dati Istat riguardanti alcuni aspetti della crisi in Italia:
«La famiglia continua essere un elemento centrale per gli italiani: ammortizzatore sociale quando serve, sostegno nei momenti di difficoltà, punto di riferimento imprescindibile. Lo dimostrano i dati del primo rapporto Istat-Cnel sul benessere equo e sostenibile in Italia. Nel 2012 il 36,8 per cento delle persone di 14 anni e più si dichiara molto soddisfatto delle proprie relazioni familiari e un altro 54,2 per cento è “abbastanza soddisfatto”.
Alla famiglia sempre di più è chiesto di colmare la carenza di servizi sociali. Questo determina un carico del lavoro di cura che rischia di essere eccessivo. E questo vale specialmente per le donne: le caregiver sono il 32,5 per cento contro il 28,1 per cento degli uomini. Esiste, però, anche una rete più ampia che circonda il nucleo familiare, composta da parenti non conviventi e amici: nel 2009 quasi il 76 per cento della popolazione ha dichiarato di avere parenti, amici o vicini su cui contare e il 30 per cento ha dato aiuti gratuiti. Anche le reti sociali restano importanti: il 23,5 per cento della popolazione partecipa ad associazioni e il 9,7 per cento svolge attività di volontariato, in crescita dall’8,9 per cento del 2005. Ma la partecipazione è meno presente nel Mezzogiorno, dove i bisogni sono più gravi. Al Nord il dato è del 13,1 per cento, mentre al Sud si ferma al 6 per cento. Al di là di queste reti ci sono “gli altri”, la società più ampia, verso la quale emerge una profonda diffidenza. Nel 2012 solo il 20 per cento delle persone ritiene che gran parte della gente sia degna di fiducia, valore in calo rispetto al 2010 (21,7 per cento) e tra i più bassi in Europa. Quota che scende ulteriormente al 15,2 per cento nelle regioni del Mezzogiorno.
“Viviamo in una società in cui la presenza di reti sociali, familiari e di volontariato non è sufficiente a garantire un tessuto sociale forte a copertura dei bisogni primari della popolazione, specialmente delle fasce sociali più deboli – scrivono i curatori del rapporto -. Nel Sud e nelle Isole, in particolare, tutte le forme di reti sociali appaiono più deboli e la fiducia negli altri raggiunge il minimo. Peraltro, un Paese con un problema di scarsa fiducia tra i cittadini può incontrare maggiori difficoltà a creare le condizioni per una vita economica e sociale pienamente soddisfacente”». (gig, Redattore sociale 11mar13)

mercoledì 18 luglio 2012

Povertà in Italia, aumenta quella "relativa"

Dall'Istat la fotografia della situazione del Paese, ecco la sintesi fatta dall'agenzia di stampa DIRE-Redattore Sociale:

Roma - Nel 2011, l'11,1% delle famiglie e' relativamente povero (per un totale di 8 milioni e 173 mila persone) e il 5,2% lo e' in termini assoluti (3 milioni e 415 mila). La soglia di poverta' relativa, per una famiglia di due componenti, e' pari a 1.011,03 euro. Lo rileva l'Istat. La sostanziale stabilita' della poverta' relativa rispetto all'anno precedente deriva dal peggioramento del fenomeno per le famiglie in cui non vi sono redditi da lavoro o vi sono operai, compensato dalla diminuzione della poverta' tra le famiglie di dirigenti/impiegati. In particolare, l'incidenza della poverta' relativa aumenta dal 40,2% al 50,7% per le famiglie senza occupati ne' ritirati dal lavoro e dall'8,3% al 9,6% per le famiglie con tutti i componenti ritirati dal lavoro, essenzialmente anziani soli e in coppia. Tra quest'ultime aumenta anche l'incidenza di poverta' assoluta (dal 4,5% al 5,5%).
La poverta' assoluta aumenta tra le famiglie con persona di riferimento ritirata dal lavoro (dal 4,7% al 5,4%), soprattutto se non ci sono redditi da lavoro e almeno un componente e' alla ricerca di occupazione (dall'8,5% al 16,5%). L'incidenza di poverta' assoluta cresce anche tra le famiglie con a capo una persona con profili professionali e/o titoli di studio bassi: famiglie di operai (dal 6,4% al 7,5%), con licenza elementare (dall'8,3% al 9,4%) o di scuola media inferiore (dal 5,1% al 6,2%).
Peggiora la condizione delle famiglie con un figlio minore, sia in termini di poverta' relativa (dall'11,6% al 13,5%), che di poverta' assoluta (dal 3,9% al 5,7%). A fronte della stabilita' della poverta' relativa al Nord e al Centro, nel Mezzogiorno si osserva un aumento dell'intensita' della poverta' relativa: dal 21,5% al 22,3%. In questa ripartizione la spesa media equivalente delle famiglie povere si attesta a 785,94 euro (contro gli 827,43 e 808,72 euro del Nord e del Centro). (DIRE tratto da Redattore Sociale.it 17lug12)

lunedì 31 ottobre 2011

Da Telefono Amico una radiografia del disagio in Italia

Disagio emotivo sempre più su. Lo conferma uno studio di AstraRicerche basato sull’analisi dei dati dell’“Osservatorio sul disagio emotivo” di Telefono Amico Italia La ricerca ha passato in rassegna più di 106.500 telefonate giunte nel 2010 (di cui ben 12.000 dal Telefono Amico di Palermo) all’associazione che offre aiuto telefonico a persone in particolare disagio emotivo.
Nel corso del 2010, i 700 volontari sparsi nei 21 Centri in Italia hanno ricevuto al Numero Unico Nazionale (199.284.284) 106.556 telefonate (292 al giorno, 20,9 all’ora), nella fascia oraria coperta dal servizio (10-24). Dall’analisi delle chiamate emerge che la crisi ha reso gli italiani non solo più poveri e con meno occupazione ma anche con meno speranze, con meno dichiarati problemi di salute e sentimentali, con molto più disagio (a volte disperato) connesso alla solitudine, alla mancanza di ascolto e di empatia.
“Anche quest’anno, con l’aiuto fondamentale e preziosissimo del Prof. Enrico Finzi, Telefono Amico Italia rende pubblici i dati (puramente statistici) relativi al servizio svolto dai volontari in ambito nazionale, che costituiscono l’ossatura dell’“Osservatorio sul Disagio Emotivo” – dichiara Dario Briccola, presidente di Telefono Amico Italia -. L’osservatorio, attivo da quattro anni, è interamente dedicato allo studio di questo fenomeno in Italia, attraverso il nostro ruolo di interlocutori privilegiati sulla solitudine e sul disagio emotivo, mediante il sevizio d’ascolto telefonico. Offriamo un orecchio partecipe (e non impositivo) per aiutare a rendere più lieve il dramma di chi non ha scelto di essere solo. Abbiamo la convinzione che una società dell’ascolto, della comunicazione e dell’apertura all’altro possa portare a una società più umana e quindi moralmente più ricca e più felice”.
"Abbiamo analizzato oltre un milione di schede (anonime) relative alle chiamate degli ultimi 12 anni a Telefono Amico Italia – sottolinea Enrico Finzi, sociologo e presidente di AstraRicerche -. Dall’analisi dei dati relativi al 2010 siamo rimasti colpiti da quanto le difficoltà materiali di tanti italiani abbiano inciso anche sul loro disagio emozionale, aggravando il loro drammatico senso di isolamento. Sarebbe un errore sottovalutare queste conseguenze relazionali e psicologiche della crisi, il suo costo sociale in termini di infelicità".
Nel dettaglio, lo studio delle telefonate ricevute da Telefono Amico Italia (TAI) – l’organizzazione di volontariato che dal 1967 offre un servizio di ascolto a chiunque provi solitudine, angoscia, tristezza, sconforto, rabbia e disagio: tutti sentimenti che se non risolti potrebbero portare a gravi crisi e talvolta anche ad atti estremi – evidenzia che nel 2010 hanno telefonato maggiormente gli uomini (66,9%). Calano quindi le donne, in quanto avvertono meno disagio emozionale, e/o sono più fornite di una rete di relazione e di sostegno.
Per quel che riguarda l’età, si nota che coloro cha hanno tra i 36 e i 45 anni sono il 29,4% del totale degli appellanti (chi telefona a TAI), e coloro che hanno dai 46 ai 55 anni ammontano al 23,2%. In generale la fascia di età “centrale”, che va dai 36 ai 55 anni, registra quasi il 53% del totale delle telefonate.
Il 55% di chi si avvale del servizio telefonico di TAI sono studenti, casalinghe, pensionati e disoccupati. Mentre, relativamente alla composizione del nucleo familiare si nota che le telefonate provenienti da chi vive da solo sono tornate a crescere nel 2010, restando maggioritari (52,9%). Si nota, altresì, un bisogno di ascolto di coloro che vivono con un partner (9,3%, in incremento) oppure con famigliari e – raramente- amici (37,8%, in calo) a conferma del fatto che il disagio emozionale senza avere qualcuno “vicino” a cui rivolgersi si annida spesso tra coloro che, per convivenza e/o lavoro, in teoria dovrebbero essere immersi in un fitto reticolo di relazioni interpersonali: un fenomeno questo in netta crescita di lungo periodo.
I motivi per i quali ci si rivolge all’associazione sono: il bisogno di compagnia e la solitudine (32%), la sessualità (21%), infermità psichica e/o fisica (inclusa la depressione: 13%). Quindi i problemi sentimentali e di coppia (8%) e quelli familiari e parentali (7%).
Dal 2007 al 2010 è cresciuto il mix di bisogno di compagnia e di solitudine (dal 26% al 32%). Appaiono stabili le aree dei problemi familiari e parentali (7%), dei “nodi” filosofici/etici/esistenziali/religiosi (7%) e di quelli sociali/politici (2%). E’ diminuito dal 22% al 21% il disagio connesso alla sessualità, e i problemi sentimentali e di coppia (dal 9% all’8%). Sono calate le infermità sia fisiche sia psichiche (dal 30% al 20%).
Infine, ammontano a oltre 500 le persone che hanno contattato TAI annunciando di aver già attivato un tentativo di suicidio o di averne intenzione.

sabato 2 aprile 2011

giovedì 3 febbraio 2011

Povertà e bisogno... Lo spettro si aggira anche nel Nord Italia

Il quotidiano l'Unità pubblica un'intervista a Chiara Saraceno. Ti proponiamo l'articolo. Fra le altre cose, mostra come in questi anni vi sia stato un allargamento del fronte del bisogno anche nelle aree più sviluppate del nostro Paese.

giovedì 9 settembre 2010

A pane e telefonino... come cambia la spesa degli italiani

Da Redattore sociale, questa notizia sui cambiamenti in atto in Italia.

Meno pasta e olio, più smartphone e televisori a schermo piatto. Nei primi sei mesi del 2010, la vendita di prodotti dell'elettronica nei supermercati è aumentata del 16%, mentre per gli alimentari è scesa del 1,10%. In tempo di crisi, il carrello della spesa degli italiani cambia, dando priorità a prodotti innovativi. Chi ha perso il lavoro, però, tira la cinghia su tutti i fronti, riducendo di almeno 300 euro la spesa mensile. È quanto emerge dal Rapporto Coop 2010 "Consumi e distribuzione", presentato oggi a Milano alla Terrazza Martini. "C'è bisogno di provvedimenti che rimettano soldi in tasca ai cittadini -afferma Vincenzo Tassinari, presidente di Coop Italia-. Le famiglie hanno cambiato il modo di fare la spesa: fanno meno scorte e gli acquisti di alimentari sono per pochi giorni. In generale non hanno mai rinunciato alla qualità". Anche se il periodo nero della crisi economica sembra superato, gli italiani consumano ancora poco, rispetto ai tempi pre-crisi. Nel 2009, la spesa media mensile delle famiglie è stata di 2.442 euro, in calo dell'1,7% rispetto all'anno precedente. Ma per le famiglie a reddito basso e medio (tra 1.700 a 1.900 euro di spesa al mese), la riduzione è stata del 2,6%. Il risparmio si è concentrato sugli alimentari: nel biennio 2007/2009 il taglio su pane e cereali è stato del 5,2%, sul pesce (4,3%), su latte e formaggi (3,3%), olii e grassi (3,4%). In forte calo anche le spese che si possono rinviare: arredamento (-7%), elettrodomestici (-8,7%), abbigliamento (-10,9%). Il divario tra nord e sud dell'Italia permane anche nel carrello della spesa. Solo per gli alimentari e le bevande, nel biennio 2007/2009, al nord il calo delle vendite è stato dell'1,3%, mentre al Centro e nel Mezzogiorno è arrivato al 4%. Per uscire dalla crisi delle vendite e dei consumi "è necessario in primo luogo una ripresa delle liberalizzazioni -sottolinea Aldo Soldi, presidente dell'Associazione nazionale cooperative di consumatori Coop-. Penso ai settori dei farmaci, dei carburanti e dei servizi finanziari. Bisogna poi ridurre le disuguaglianze che si sono create e puntare sulla ripresa dell'occupazione. Più interventi, dunque, convergenti che possono ridare capacità di spesa alle famiglie". (dp)